HORA BRAVA * STORY

Mi ricordo.
In quel periodo stavamo organizzando il 100% Grand Galà, il release party del nostro album 100%
Energia Positiva.
Ventur se ne uscì dicendo <<ma perchè visto che vengono Valerio Jovine e Chami Cool non scrivi una canzone su cui fare un feat con loro due>>.
Questa idea si depositò nella mia mente come un seme silenzioso e una mattina, di rientro dalla
Ca' Rossa di Lucy e Pierre verso Bologna, iniziai a canticchiare una melodia, suonando la chitarra.
Nel giro di poche ore, appena arrivati in studio da Ventur, iniziammo a registrare quella che sarebbe diventata la traccia numero 1 del nuovo disco.
Gli ospiti del 100% Grand Galà arrivarono, la festa andò benissimo, ma non registrarono mai quel
pezzo...non ci fu tempo.
Era novembre del 2014.
Lo Studio D20 era a Bologna, quartiere San Donato, vicino alla Fiera.
Chi conosce bene la città sa che quello è una sorta di territorio franco, una zona di incontro e
scambio tra umanità varia, di giorno e di notte.
Il D20 era il nostro quartier generale : punto di ritrovo per le partenze della band.
Io con Lizzy venivamo dalla campagna vicino a Medicna, Sly dal Lazzaretto Occupato, Mena dal centro e Mazza da Parma. Luis War a volte c'era a volte no.
Con i Mama Afrika eravamo in giro a suonare quasi tutte le settimane.
In quegli anni abbiamo fatto il delirio in giro : autogrill costantemente alleggeriti, fuga all'alba da un
hotel in Repubblica Ceka per un “equivoco” molesto, denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale in
Salento e chissà quante altre ancora.
In viaggio Lizzy guidava sempre e Mena leggeva “Il Maestro dell'Ora Brava” di Tonino Carotone e
Federico Traversa. I capitoli di quel libro ci hanno tenuto compagnia mentre macinavamo
chilometri. Storie di tour un po' come, in piccolo, le nostre.
Io e Mazza spesso ci fermavamo di notte in studio, troppo stanchi per dormire, troppo carichi per
non buttare giù nuove idee.
Quando sei una road band underground i concerti sono tanti ma i soldi pochi e tenendo conto
delle spese (nell'ordine: fumare, bere, mangiare, pagare affitto) e della nostra gestione confusa
delle finanze, ci ritrovavamo quasi sempre senza un euro.
Così a metà del lavoro non avevamo più uno spazio in cui proseguire...il contratto d'affitto non ci
fu rinnovato.
Ma era estate e le date del tour in giro per l'Italia e per l'Europa bisognava pur farle.
A fine estate cercammo un nuovo spazio: uno studio già insonorizzato professionalmente è quello
che il caso e la fortuna ci fece trovare. Avevamo finalmente un ottimo posto per finire il disco.
Iniziammo bellissime sessioni di registrazione con vari ospiti amici musicisti.
Passavo notti intere in studio cercando ispirazione nell'editing e nel remix, utilizzando come sample
le parti registrate dagli altri compagni dei Mama Afrika.
In quel periodo non tornavo quasi mai a casa: vivevo lì in studio.
Mena a un certo punto si ritrovò senza casa e anche lui rimase li per un po'.
Tutto stava andando bene: concerti e feste contagiose, si pensava solo al divertimento e alla musica.
Poi prima Mazza e dopo Sly ci comunicarono di voler lasciare la band...altri progetti di vita da seguire.
Quello è stato un brutto colpo.
Per me iniziò un periodo di tristezza e perdizione.

Il lavoro del disco si arenò e le mie notti per alcuni mesi si trasformarono da full immersion nella musica a full immersion nell'annullamento del pensiero e nel buttarsi via.
Dormire di giorno, squottare il mio stesso studio, passare le notti di ragazza in ragazza,
tra cani, sporco, follia, inutilità: perdere il senso, perdere la bussola.
Sembrava che avessimo già consumato tutta la benzina in una fiammata.
E' stato l'anno che non ce l'ho fatta, che ho deciso di mollare tutto, quasi a fine tour, lasciando a
piedi la nuova band che avevamo formato e tradendo la fiducia del mio gruppo di lavoro oltre che
di alcuni organizzatori di eventi.
Assurdo se ci ripenso: io che piango perchè non voglio suonare, perchè mi fa schifo tutto e sono
triste e deluso.
Poco dopo scappai a Londra.
A quel punto i Mama Afrika esistevano e non esistevano, se non fosse stato per le persone che
ancora ci chiamavano a suonare, forse sarebbe davvero finito tutto.
Io e Mena pensammo di andarcene via da Bologna e da tutte le strane energie incontrollabili che
avevamo messo in circolo negli ultimi anni.
Andammo in Germania cercando nuovi stimoli o nuove situazioni.
Dopo tanto freddo ritornammo: impossibile smettere di suonare, impossibile sfatare la maledizione
benedetta, la condanna buona.
Tornammo e con Ventur e la Vero ci rimettemmo in studio a finire questo disco su cui abbiamo
sudato, pianto, sanguinato e di nuovo sorriso, urlato e pianto di gioia.
Questo è un disco di strada, che viene dalla strada e rappresenta la strada.
Perchè le cose in sé non sono nulla, non hanno nessun valore positivo o negativo, la differenza tra
le cose che si fanno, la fa lo spirito con cui si fanno, non le cose in sé.
Ognuno può giudicare, sminuire, fare finta di non capire, ma la verità è la bellezza, perchè da ogni
caduta ci si può alzare, da ogni errore si può imparare, ma se va sempre tutto bene, manca
l'intensità e se non c'è intensità non c'è emozione.
Questa è la fotografia in movimento di un momento che ha unito e diviso il sentimento di alcune
persone lungo un pezzo di cammino che abbiamo fatto insieme, e che ha lasciato dentro di noi un
po' di nostalgia, caos e speranza...

CiCO

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